"...il diritto ad un tribunale indipendente ed imparziale..."

(art.6 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo)

SABATO 22 FEBBRAIO 1997
ROMA (Piazza Cavour)
PALAZZO DI GIUSTIZIA

con il patrocinio del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e Procuratori di Roma

TAVOLA ROTONDA
a cura della

Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo

 

Avv. Maurizio de Stefano (Segretario della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo):

Il dibattito, o meglio la Tavola Rotonda organizzata dalla "Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo", è la somma, la tavola rotonda di tutte le associazioni sindacali, culturali e politiche nel mondo degli avvocati.

La "Consulta" non è un’associazione a cui si può iscrivere il singolo avvocato perché la "Consulta" è la sommatoria delle varie associazioni. Queste associazioni si sono riunite dal 1986, da oltre dieci anni, per lo studio della giustizia europea, per la tutela dei diritti dell’uomo, ossia come fare ricorso alla Commissione ed alla Corte Europea per i diritti dell’uomo per ottenere la condanna dello Stato, nella specie dello Stato Italiano, per una giustizia rispettosa dei diritti fondamentali.

Ove ciò non accada lo Stato Italiano deve risarcire i danni arrecati alla vittima, che può essere un privato, un’associazione, un gruppo di privati o una società. Importante che ci sia una vittima per colpa del comportamento dello Stato.

Oramai sono quaranta i paesi europei che hanno aderito al Consiglio d’Europa e al controllo dei diritti dell’uomo. Al di sopra di questi quaranta paesi europei vi è la "Corte Europea dei Diritti dell’Uomo".

La "Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo" del 4.11.1950, all’articolo 6 prevede che ogni persona ha diritto di essere giudicata davanti ad un tribunale indipendente ed imparziale per l’accertamento dei suoi diritti e doveri di carattere civile o per l’accertamento delle sue responsabilità penali, entro un tempo ragionevole.

Isoliamo in questo articolo: il diritto ad un tribunale indipendente ed imparziale, che sembra una cosa ovvia, sembra come avere il diritto a bere l’acqua potabile, come si potrebbe sostenere che non c’è il diritto a bere l’acqua potabile? Eppure talvolta l’acqua può essere inquinata e talvolta i tribunali possono essere inquinati.

Se andiamo ad esaminare le sentenze che la "Corte Europea dei Diritti dell’Uomo" ha reso nei confronti di tutti gli Stati, noi vediamo che l’Italia ha avuto una sola sentenza che riguarda questa materia, il caso Padovani, e che le sentenze a Strasburgo si identificano con il nome della parte, della vittima ed il nome dello stato. Questo caso Padovani in Italia è risultato indenne dal controllo nel senso che lo Stato italiano non ha commesso nessuna violazione, mentre invece, se esaminiamo le altre sentenze, vediamo come Austria, Svezia, Belgio, Islanda, Danimarca e ancora Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Portogallo, Malta, Inghilterra, Lussemburgo hanno avuto invece degli accertamenti di sanzione nel senso che non hanno un tribunale indipendente imparziale in materia di tribunali amministrativi, in materia di Corte Marziale, in materia di Giudici dei Minori e così via.

A questo punto viene da trarre una conclusione: o i giudici italiani sono i migliori del mondo perché non hanno mai avuto alcuna censura, o gli avvocati italiani sono i più incapaci del mondo perché non hanno saputo evidenziare, a differenza degli altri paesi, le lacune del giudice indipendente ed imparziale. Quindi da questo Convegno, da questa Tavola Rotonda, dovrebbero scaturire delle idee, delle riflessioni, per vedere se effettivamente in Italia c’è sempre e comunque un tribunale indipendente ed imparziale oppure ci sarebbe qualche caso in cui ciò non avvenga e quali potrebbero essere i rimedi. In linea generale possiamo dire che il nostro ordinamento ha in sé tutti gli strumenti per poter garantire il tribunale indipendente ed imparziale.

In linea generale si può dire che il nostro ordinamento giuridico a livello europeo, e forse anche mondiale, sicuramente è tra i migliori, i più garantisti, i più rispettosi dei diritti fondamentali, la nostra Costituzione non ha nulla da imparare dalla "Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo". L’unico problema italiano è l’applicazione: dalla teoria alla pratica nel senso che i diritti sono scritti talvolta solo sulla carta. La legge è uguale per tutti, poi però magari ciò non accade perché il sistema giudiziario non riesce a garantire che la legge è uguale per tutti, che il tribunale sia effettivamente indipendente ed imparziale. Quindi dalla teoria alla pratica, vediamo nei casi concreti, secondo le esperienze che ognuno di voi vorrà proporre, quali possano essere i problemi.

Avv. Vito Mazzarelli:

La "Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo" non è stata per la verità molto presente durante i quattro anni della mia segreteria perché sono stato impegnato in altre cose, ma alcuni problemi li abbiamo studiati.

Uno di questi, che ci ha sempre angosciato, è stato quello dell’imparzialità.

Diceva un grande filosofo che la maggior parte di noi considerano un pazzo, o hanno considerato un pazzo, Nietzsche, che i grandi problemi hanno bisogno di un grande amore, di una grande passione e che sono ranocchie e mezzi uomini, diceva lui, coloro i quali non contrappongono ai grossi problemi le grandi passioni.

Il tema dell’indipendenza del giudice e della sua imparzialità, secondo me, è uno di quei temi che impongono una grossa tensione e una grande passione.

Il diritto all’imparzialità, secondo me, è un mito e proprio perché è un mito ha bisogno di un grande amore, perché i miti, per poter essere ritenuti credibili e scendere dall’Olimpo sulla Terra, è necessario che abbiano da parte degli uomini una grande passione, un grande trasporto. E’ un mito perché nessun giudice riesce a sottrarre totalmente il suo giudizio ai limiti della sua cultura, ai limiti della sua coscienza, al buio delle sue fedi, all’imperscrutabilità dei suoi desideri, all’affanno, alla gaiezza della sua personale vicenda umana, al peso della sua estrazione sociale, alla sua ideologia e probabilmente anche ai problemi che ha con la sua amante. Naturalmente c’è un minimo che le norme devono evidentemente garantire perché a prescindere dalle personali vicende umane e dalle personali convinzioni del magistrato si possa avere almeno all’esterno una parvenza di imparzialità, ed è per questo che i nostri costituenti fissarono questi paletti minimi che sono gli articoli: 101, i giudici sono soggetti solo alla legge, la Magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere; 104, il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale, articolo 112 della Costituzione.

Alcuni progressisti pare si siano accorti che tutte queste norme debbano essere riviste. Non so a quale progresso essi pensino, ma ritengono che il Pubblico Ministero, ad esempio, di cui si parla tanto in questi ultimi tempi, debba rientrare, si dice, si legge sui giornali, nei suoi compiti funzionali ed istituzionali. Non so se una norma possa imporre al Pubblico Ministero di non uscire dai suoi compiti istituzionali. Quello che la norma deve fissare è quale sia il compito istituzionale del giudice. Lo si può punire nel caso in cui esca dai suoi compiti istituzionali, ma più di questo credo non si possa fare.

Infatti, il nostro Paese, con il solito strabismo, invece di vedere i veri e reali problemi, va alla ricerca di soluzioni che stravolgono poi, a mio giudizio, o potrebbero stravolgere, sto cercando con molta modestia o nei limiti che posso, naturalmente di introdurre alcuni temi che probabilmente potrebbero essere sottoposti alla vostra attenzione.

Una volta ci si scagliava contro i pretori d’assalto e si diceva che i pretori d’assalto minavano la certezza del diritto. La certezza del diritto, a mio giudizio è un mito. La norma va interpretata, va interpretata secondo la coscienza del momento storico che si sta vivendo. Se un pretore d’assalto un giorno ha detto che un povero lavoratore non può essere licenziato perché così riteneva dovesse interpretarsi la norma o dovesse interpretarsi la Costituzione, non vedo quale parzialità possa ravvisarsi in un pretore che pure interpretando secondo la sua personale convinzione ideologica una norma, abbia potuto commettere quello che altri potrebbero ritenere un errore.

Quello che più preoccupa, almeno il sottoscritto, potrebbe non preoccupare altri, evidentemente. In questo momento storico è il fatto che si voglia raggiungere la certezza del diritto, si pretenda di poter raggiungere la certezza del diritto attraverso una valutazione annuale dei criteri che il Pubblico Ministero dovrebbe seguire nell’esercizio dell’azione penale.

Secondo me è molto pericoloso, una cosa del genere è anche furba, perché chi l’ha proposta sa bene che probabilmente potrebbero esserci poche obiezioni al fatto che il Parlamento, annualmente, il potere legislativo, il potere sovrano, quindi il potere che si esercita per il popolo, al fatto che il Parlamento possa effettivamente ogni anno stabilire quali sono i criteri che si dovrebbero eseguire nell’esercizio nazionale.

Secondo me è una cosa, questa, sulla quale le coscienze dei giuristi dovrebbero ribellarsi, anche perché è insita in questa proposta una pericolosità sconvolgente: il fatto che si affidi al Parlamento una valutazione di questo genere, lo strabismo.

Lo strabismo di questo Paese è proprio questo, prima si criticavano i pretori d’assalto, a mio giudizio, posso anche sbagliare, ritenevano di introdurre in alcune loro pronunce direttamente principi costituzionali, forse sbagliavano, non voglio entrare nel merito della questione, oggi si cerca invece di risolvere problemi di difetto, non dell’ordinamento, ma di difetto di funzionamento dell’ordinamento che deve rimanere, secondo me, che sono un conservatore e mi vanto di essere un conservatore di questa Costituzione. Il difetto dell’ordinamento lo vogliono risolvere cambiando, stravolgendo l’ordinamento.

Questo mio giudizio è una cosa che nel caso fosse introdotta nel nostro ordinamento sarebbe del tutto sconvolgente. Così come si criticavano quei pretori, oggi si criticano i Pubblici Ministeri. Questo consente la nostra struttura organizzativa giudiziaria. Consente, purtroppo, che se mi occupo di una denuncia, di un’azione penale, non mi posso occupare delle altre cento, e con questo stabiliamo aprioristicamente se io devo perseguire solo ed esclusivamente degli scippatori, se devo perseguire solo ed esclusivamente i ladri d’auto o se invece devo perseguire o devo indagare a fondo sulla piaga della corruzione.

Il Parlamento, voi credete che con i venti che corrono al principio dell’anno direbbe ai Pubblici Ministeri di indagare sui fenomeni corruttivi dell’alta burocrazia, invece di dire che la burocrazia è una cosa che non si deve assolutamente ammettere e che va solo stabilito se si debba punire più il corruttore o il corrotto. Semmai va stabilito solo questo, oggi si vuole introdurre il criterio di valutazione aprioristica dell’esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico Ministero. Questo, credo che sia uno dei problemi di cui questa Tavola Rotonda si può occupare.

Come diceva l’avv. Maurizio de Stefano, e su questo sono d’accordo, l’Italia, sul piano formale, sul piano dell’applicazione del contenuto del diritto alla giustizia, che appunto è il diritto all’imparzialità, su questo piano l’Italia forse è un pochino più avanzata degli altri paesi.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in data 1 ottobre 1982 stabiliva questo principio: "L’esigenza di assicurare un tribunale imparziale non può comportare l’esclusione dal collegio giudicante di un magistrato per la sola ragione che questi abbia in precedenza fatto parte dell’ufficio che ha istruito la causa".

Una soluzione contraria, fondata su una concezione rigida e formalistica dell’unità e dell’indivisibilità dell’ufficio del Pubblico Ministero, porterebbe ad una separazione eccessiva tra magistratura requirente e magistratura giudicante, suscettibile di sconvolgere il sistema giudiziario di molti stati della Convenzione Europea. Questo stabiliva la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 1982, anche se auspicava evidentemente che il Pubblico Ministero non facesse parte di collegi giudicanti troppo faciloni.

Questi sono, credo, alcuni dei temi. Mi pare che la corruzione dei Magistrati che è venuta fuori negli ultimi tempi sia uno dei motivi che giustifica la Tavola Rotonda di oggi.

Avv. Giuseppe Marinucci:

Su un piano personale, parlo sia come giudice, come presidente regionale, giudice tributario, quasi come avvocato.

L’avv. Vito Mazzarelli ha posto la questione con la consueta simpatia, la sua consueta intelligenza, ma l’ha posto in un modo tale che mi sembra che una volta, da ragazzi, mi posero questo problema: "Vogliamo andare ad un ristorante dove si mangia poco e si spende molto o vogliamo andare al ristorante dove si mangia molto e si spende poco?" (Scusate la battuta, non voglio mancare di rispetto nei confronti vostri).

La proposta della Parenti è risibile, non merita una parola perché chi spende una parola è a corto di argomenti perché è talmente ridicola che non è il caso nemmeno di soffermarci, tant’è che diamo vita ad una depenalizzazione.

Detto questo non si può dire che in Italia la giustizia funzioni, in Italia formalmente non funziona. Se noi dobbiamo avere il coraggio morale di dire effettivamente come stanno le cose, bisogna che il cervello ce lo facciamo un po’ funzionare nei limiti modestissimi di chi parla per cercare di vedere come stanno le cose e vedere anche qualche soluzione possibile.

Su un piano personale tengo a precisare che la giustizia, lo dico anche come cattolico, dovrebbe essere un servizio.

Lasciamo stare parole così grosse, come cittadino è una funzione, non è un potere, e io vorrei dire: Magistrati, chi ha chiaro il concetto che la magistratura esercitata dalla giustizia è una funzione e non un potere?

Da quì dovremo partire, perché se si ha chiaro questo, molti problemi sono già risolti.

Nel "Piacere dell’Onestà" Pirandello dice una bella battuta: "Essere galantuomini è molto più difficile che essere eroi". Perché eroi si è con una azione, galantuomini con una serie continua di azioni. Bisogna impostare la vita ad una serie di azioni e rispondere alla propria coscienza, perché nel momento stesso che la Magistratura viene sentita come potere, la tentazione è forte e non come funzione. Allora, Signori, dobbiamo utilizzare altre categorie ermeneutiche perché altrimenti si stiamo vicendevolmente prendendo in giro.

Vengo al dunque, fra l’altro sono vicepresidente dell’Associazione Nazionale Giudici Tributari, all’avv. Vito Mazzarelli dico semplicemente che l’azione penale deve essere obbligatoria però non deve essere di fatto discrezionale, questo è il punto, è inutile che discutiamo sui massimi sistemi quando di fatto questa azione è discrezionale.

Il Mulino Bologna si è interessata più volte al problema della Magistratura e c’è un libro recentissimo "La Democrazia Giudiziaria". Non tutte le tesi che vengono avanzate sono condivisibili, però alcune idee valide ci sono, fra l’altro siete persone di cultura, dovete constatare che il giudice è passato dalla delega era la giustizia del Re prima al garante del fascismo era un "ortus conclusus" e doveva garantire un certo ordine. Quando gli hanno cambiato le regole del gioco e dovevano garantire un certo ordine di ortodossia fascista, hanno dovuto creare un tribunale autonomo perché la Magistratura ha sentito il dovere. E debbo dire che nel periodo fascista, io chiaramente non sono fascista.

Dobbiamo dare atto alla Magistratura che non si è prestata, tant’è vero che hanno creato i tribunali speciali.

Quindi da delegato a garante, oggi il Magistrato. Ieri abbiamo fatto la riunione e nel corso della discussione, incidentalmente, un Magistrato di grado piuttosto elevato si è lasciato sfuggire una frase così: "Noi purtroppo, come ci muoviamo svolgiamo azione politica". Ma azione politica in senso aristotelico e di questo possiamo prendere atto. L’ho detto al Signor Dossetti a Milano un anno fà, prima che morisse.

La Magistratura non va. Si fa un concorsetto e con tutto il rispetto per i Magistrati, si è impiegati dello Stato con un doppio stipendio. Non si può pretendere che nell’ambito di una connotazione che è proprio impiegatizia si esca e si diventi improvvisamente Napoleone.

E’ una organizzazione burocratica che trova la forza nei suoi connotati di corporazione. Io mi ricordo agli "Amici del Mondo", trenta, quaranta anni fà, quando si riunivano non so chi di voi all’Eliseo, mi ricordo che Sergio Cotta disse proprio questo. Eravamo molto più giovani, per forza di cose. Per difendersi la Magistratura deve assumere i connotati propri di una corporazione.

Si vince il concorso ma la corporazione comporta il controllo interno. I famosi esami che si facevano la benetocrazia, e allora aveva un suo modo, un suo equilibrio simul stabunt, simul cadent. Se si cambia qualche cosa dell’edificio così come è costruito, è un altro edificio che rischia di crollare, questo è il punto.

Oggi queste connotazioni le ha perse, perché non è una corporazione. Per chi entra con un concorso, e anche su questo ho delle mie fondate perplessità perché oggi non è più la società rurale di cinquanta anni fa per cui l’avvocato che veniva dalla buona borghesia magari era un ignorante al cento per cento, basta andare nei tribunali dei paesi di provincia e conoscerne qualcuno, di modestissima cultura, solo gentili di tratto.

Era un’altra società, oggi è una società composita, dialettica, industriale. L’Italia ha fatto un enorme passo avanti. Sono in grado di dare una risposta con questo tipo di formazione? Questo è il punto, quando sono venuti meno i controlli interni, quando è venuto meno quello che è la più alta delle cose di un Magistrato.

Potremmo ricordare Plutarco, quando Alessandro si trovò a Corinto c’era un codazzo di notabili per omaggiarlo ma non trovò Diogene di cui aveva sentito parlare. Allora si chiese dove si trovasse Diogene e lo andò a trovare e come si presentò gli disse: "Ho sentito parlare di te, cosa posso fare per te?" E Diogene gli disse: "Per cortesia ti scansi un po’ che mi stai togliendo il sole?" Quindi il Magistrato dovrebbe prendere se entra nell’ambito della corporazione. Non è Alessandro ma è Diogene il Magistrato della corporazione, ma nel momento stesso che i Magistrato, e vediamo questa tendenza che malgrado stia nella corporazione, malgrado la corporazione ha fatto saltare i controlli interni perché non c’è più nessun esame, non c’è nessun bilanciamento, non c’è nessuna valutazione, non c’è nessuno stimolo, non c’è niente, a un certo punto ritiene poco quello che ha e fa anche l’altro salto con i vantaggi della status del Magistrato e si rivolge alla politica. Sono venti anni che dico queste cose, venti ani fa le ho dette nei congressi, ho detto che non è possibile farsi un nome amministrando la giustizia e poi salire sul carro della politica, sia esso di destra che di sinistra.

Possiamo curare queste malattie con il chinino, come si faceva una volta. Bisogna affrontare un po’ più il problema.

Veniamo alle conclusioni. Chiaramente il mio intervento è monco, mutilo, perché ho detto solo una piccola parte e non ho chiuso il cerchio. Le conclusioni sono le seguenti: Quello che ho detto l’altro giorno al Consiglio: Non ci sono delle soluzioni perfette, quì le soluzioni vanno per gradi e vanno fatte con misura. Non si può dire bianco, nero e così via, ma una commistione fra l’elemento professionale e l’elemento burocratico, questa potrebbe essere una soluzione. Non è più sufficiente l’articolo 6 della Costituzione per fare entrare qualche avvocato come Consigliere della Corte di Cassazione. E i Giudici Onorari non sono dei "Figli di un Dio Minore", perché gli avvocati possono portare avanti un patrimonio di esperienza, di cultura, di valutazione conquistata sul campo, perché l’avvocato che non è all’altezza della situazione è bocciato dalla vita e pertanto non può andare avanti, non ha ragioni di sussistenza.

Arriviamo a cercare due elementi: L’elemento professionale e l’elemento burocratico e ricordiamoci ognuno di noi, quando amministra la giustizia, ricordiamoci che la cosa più alta per un Magistrato è un detto kantiano: "La legge morale dentro di noi, il cielo stella sopra la testa".

Avv. Teresa Assensio Brugiatelli:

Abbiamo sentito il collega avv. Marinucci parlare di problemi che sono nella nostra attualità, nelle nostre preoccupazioni. Dato che che io rappresento nella Consulta, l’Associazione Giuristi Italiani, mi permetterò di dedicare questi pochi minuti che mi vengono concessi, alle donne.

In realtà anche le donne hanno diritto ad un giudice indipendente ed imparziale, e quale è stato , quale è il giudice delle donne imparziale? In realtà sono state le leggi che hanno ormai noi pensiamo a Calpurnia che infastidì il Pretore romano in tal modo che poi le donne vengono per legge escluse dal Foro come soggetti passivi e come soggetti attivi.

Oggi fortunatamente, ma a distanza di millenni, siamo in una situazione molto diversa, ma in realtà questi diritti umani che hanno avuto bisogno, nell’ultima Conferenza Mondiale delle Donne a Pechino, dell’affermazione solenne che anche i diritti delle donne sono diritti fondamentali della persona umana. Sta a dire che in realtà le donne questi diritti non li hanno mai goduti forse perché sempre diritti dell’uomo, e che noi donne abbiamo avuto un giudice assai parziale, assai maschilista, perché doveva applicare certamente le leggi che impedivano alle donne la partecipazione effettiva alla vita sociale e politica e anche nella famiglia e dappertutto.

In realtà, noi aspettiamo ancora un giudice veramente imparziale che applichi delle leggi veramente imparziali, anzi adesso la situazione è diventata molto particolare dal punto di vista giuridico.

Abbiamo avuto, come abbiamo conosciuto tutti negli ultimi venti anni, una affermazione e il buon progresso nella condizione femminile. Impressionante, perché abbiamo avuto delle leggi che, sia nella famiglia che nel lavoro, hanno effettivamente portato anche alla applicazione da parte dei giudici di leggi giuste e che effettivamente fossero uguali sia per le donne che per gli uomini.

Il divorzio, la riforma del diritto di famiglia, hanno certamente non solo inciso nella vita profondamente, nella nostra vita sociale, ma hanno prodotto una legislazione che finalmente fa giustizia nei diritti della donne.

Resta ancora molto lontana la parità nella politica. La cosa che in questi ultimi anni si è venuta affermando, è che cambia effettivamente la situazione e che gli chiede un giudice differente oggi per quanto riguarda la condizione femminile e il fatto che a un certo punto, con la Convenzione ONU del 1979, che seguiva alla prima Conferenza Mondiale delle Donne del 1975, si è affermato che la parità della donne è un valore che la società deve acquistare e che, molto chiaramente detto, non solo le leggi devono proteggere e servire donne e uomini ma che le donne hanno diritto perché la loro posizione sia riequilibrata ad azioni positive. Cioè gli Stati, dice la convenzione ONU contro la discriminazione nei riguardi della donne all’articolo 3 e 4: "Gli Stati sono impegnati ad adottare delle misure anche legislative che precedano e possano promuovere la effettiva parità degli uomini e delle donne".

Quindi, è stata già affermata nel 1979, è stata approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite, ma è stata ratificata dall’Italia, pubblicata nella G.U. ed è diventata legge italiana. Questo principio delle azioni positive, perché, è logico, la società si è resa conto che se vi è una disparità di situazioni e tu dai una legge che per tutte e due le situazioni, migliori, però la disparità resterà nella stessa situazione; la cui disparità continuerà ad esistere. Quindi è la parte inferiore che deve essere aiutata a raggiungere anche normativamente la convenzione che noi abbiamo approvato e che dobbiamo applicare. Devono essere prese delle misure perché la condizione di metà dell’umanità che sta in una condizione inferiore, riesca a raggiungere quella superiore. Dice la convenzione che questo non deve essere considerato dagli stati come atto discriminatorio costituzionale.

Dopo questa convenzione sono seguite molte direttive europee. Si continua a constatare che la situazione resta dispari e continua ad avere necessità di questo riequilibrio morale, effettivo, senza la quale non ci potrà mai essere una effettiva democrazia perché non può essere la democrazia per la metà dell’umanità e l’altra metà non godere degli stessi diritti.

Ora che cosa è accaduto, in Italia in realtà ci sono state delle leggi, che noi del resto, avevamo una legge sul lavoro, per la parità sul lavoro che ha preceduto la Costituzione, quindi noi eravamo già in una situazione ottima. Però vi sono state delle leggi di azione positiva effettive, e sono state le leggi del 1991 e del 1992, che hanno dato la possibilità di azioni positive per l’imprenditorialità femminile sia per l’incoraggiamento ad ogni tipo di formazione. Leggi che peraltro vengono applicate e non applicate anche perché la scarsa conoscenza che si ha di queste leggi da parte delle donne stesse, che sarebbero quelle che dovrebbero piuttosto insistere per avere queste possibilità. E una legge che certamente costituiva un’azione positiva effettiva che ha dato i suoi frutti, furono le due leggi che uscirono nel 1993 che introdussero la riserva di quota nelle candidature alle elezioni.

Queste leggi in effetti portarono immediatamente un frutto, perché nelle elezioni amministrative, il numero delle donne che entrarono a far parte dei vari consigli, aumentò notevolmente.

Noi abbiamo avuto adesso un passo indietro in questa situazione. Tutto il mondo è d’accordo sul fatto che bisogna riequilibrare la situazione delle donne e renderla uguale a quella degli uomini. Ma la nostra Corte Costituzionale, con la legge 422 del 1995, ha dichiarato incostituzionale, e mi pare senza tener conto che già la convenzione legge italiana già l’ho considerata costituzionale e ammetteva come eccezione alla regola le azioni positive, ha dichiarato incostituzionali queste leggi che avevano permesso e introdotto la quota, quota che esiste in tutto il mondo civile, o quasi.

Il risultato delle elezioni seguenti, il numero delle donne al Parlamento si è ristretto perché da 143 sono passate a 88.

Noi abbiamo avuto adesso la sentenza galante che fa adesso molto discutere. E’ una sentenza che la Corte del Lussemburgo ha emesso, in cui si dichiarava che doveva essere preferita una donna se a parità di condizioni dell’uomo fosse stata candidata a quello stesso posto o funzione. Il Tribunale di Brema ha applicato questa legge, nella Corte d’Appello ugualmente, la Corte del Lussemburgo improvvisamente si è ricordata che i cittadini devono essere tutti uguali e quindi ha dichiarato incostituzionali al modo europeo di dichiarare l’incostituzionalità.

Abbiamo letto tutti, in questi giorni che la nostra Cassazione ci ha detto che i maltrattamenti della moglie non sono tali se provocati, o meglio, ha rimesso di nuovo alla Corte d’Appello una sentenza in questo senso. Abbiamo sentito che la mancata assistenza familiare, cioè il non pagare l’assegno stabilito dal Tribunale per la famiglia, i figli, la moglie, non costituisce più un reato all’articolo 570 del Codice Penale. Insomma, noi donne siamo allarmate dall’atteggiamento in realtà conservatore e meno progressista di quanto fosse prima l’entusiasmo dei giudici per l’applicazione di queste leggi e quindi abbiamo l’impressione che queste legislazioni positive non vengano più applicate.

La donna ha necessità non solo di un giudice imparziale, che già sarebbe molto, ma ha bisogno di un giudice parziale, legittimamente parziale. In base a queste nuove mete del progresso e del mondo devono mettersi i giudici nella situazione di essere parziali per le donne, proprio per essere giusti cioè mettersi nello spirito di solidarietà che veramente permetta alla parte trascurata, alla parte costretta del mondo, di essere persona umana senza questione di sesso.

Avv. Domenico Battista:

Il tema è certamente un tema attuale, il cosiddetto "pianeta giustizia" è certamente in questo momento al centro dell’attenzione. All’attenzione dell’opinione pubblica, dei grandi temi del dibattito politico, all’attenzione dei media.

Indubbiamente è cresciuta, negli ultimi tempi, negli ultimi anni, quella che viene chiamata la domanda di giustizia.

La domanda di giustizia è cresciuta in conseguenza di una trasformazione del nostro Stato e quindi conseguentemente proprio per quelli che sono i nuovi compiti che lo Stato via via è andato assumendo. Inevitabilmente la Magistratura è stata chiamata, o quando non è stata chiamata sua sponte, ha deciso di essere chiamata a decidere un po’ di tutto e su tutto. E non è più la vecchia Magistratura chiamata a dividere la conflittualità dei singoli, e, sempre più lo vediamo nelle cronache di ogni giorno, una Magistratura chiamata spesso a dirimere quella che è la conflittualità sociale.

E’ inevitabile sotto questo profilo che l’ampliamento di portata di interventi delle funzioni del Magistrato implichi una funzione che è senz’altro ambivalente. Da una parte c’è sempre una maggiore e sentita esigenza di indipendenza e di imparzialità della Magistratura, ma dall’altra, proprio per il campo stesso di azione, di intervento della Magistratura. Vi è una accentuata sfiducia che è nei fatti. Che questa indipendenza ed imparzialità possa poi in concreto essere effettivamente realizzata.

Nel punto che voglio toccare, anche stimolato da quelli che sono gli interventi che mi hanno preceduto, perché è indubbio che nella situazione in cui ci troviamo, ci troviamo di fronte a un’azione penale che è obbligatoria sulla carta ma è discrezionale nei fatti.

E’ impossibile affrontare in pochi minuti questo problema, ma siamo tutti operatori del diritto, conosciamo quelli che sono i problemi: l’azione discrezionale, l’azione penale è discrezionale nei fatti.

Questo che cosa determina? L’avvocato penalista in particolare gode di un osservatorio privilegiato perché ha il modo di tastare direttamente quello che è il posto dell’opinione pubblica e percepire perfettamente quello che è il senso di smarrimento del cittadino nel momento in cui, senza conoscenze, spesso senza conoscenze tecniche del problema che va ad affrontare si trova implicato, imputato, indagato, come persona offesa nelle più varie vesti con il problema della giustizia.

Allora noi notiamo che alla domanda di un tempo, è una domanda classica che tutti quanti noi Avvocati sentivamo fare alla prima battuta, prima ancora che il cliente ci venisse ad esporre il problema, e cioè quale era l’orientamento politico del Magistrato. Oggi si è sostituita indubbiamente una nuova domanda e cioè che tipo è questo Magistrato? E’ un tipo avvicinabile, può essere avvicinato, e non pensate soltanto che questo avvenga perché vi sia una intenzionalità magari per avvicinare il giudice, ma perché vi è anche il fondato timore che il giudice possa essere avvicinato da altri e dalla controparte e quindi vi è obiettivamente, e non possiamo negarcelo, un atteggiamento di sconcerto da parte del cittadino di fronte alla giustizia.

Io mi domando, e me lo domando come Avvocato penalista, come possa avere in questo momento tranquillità e fiducia nella giustizia questo cittadino-cliente che vede all’ordine del giorno il coinvolgimento di Magistrati in vicende di cui abbiamo seguito tutti nei giornali e che vede anche in continuazione dei comportamenti anomali da parte della Magistratura che eventualmente si sta occupando delle varie vicende.

Noi vediamo e assistiamo alla nuova situazione, per cui è all’ordine del giorno sempre una mancanza di pubblico contraddittorio, ma noi viviamo giornalmente e ormai sono anni che viviamo in quieta maniera, su quelle che sono le indiscrezioni che arrivano su un argomento e su un altro e sappiamo che si indaga su tutto e su tutti e noi vediamo mai arrivare ad una conclusione determinate vicende che prendono grande spazio nella informazione e che poi non arrivano mai alla conclusione.

E’ così, Signori, che il cittadino perde a mio avviso fiducia nella giustizia, e quindi la giustizia perde poi credibilità nei confronti del cittadino. Avviene anche in questa maniera una vera e propria opera di delegittimazione della Magistratura per fatti e per modi di agire propri anche della stessa Magistratura.

Tutto quanto avviene sempre non all’interno di un processo, sempre questo vorrei sottolineare proprio per l’argomento che abbiamo nel manifesto alle mie spalle, sempre con una caratterizzazione che avviene sempre in maniera più marcata, su una mancanza di contestazione specifica.

Io vi invito a riflettere su questo punto, perché quanto poi diciamo, il cittadino perde la fiducia nel proprio giudice, nella propria magistratura, quando le contestazioni che abbiamo visto sono sempre delle contestazioni generiche. In rarissimi casi noi siamo arrivati a conclusione. Oggi tutti quanti diciamo "la magistratura è coinvolta", tantissimi Magistrati sono coinvolti in processi di corruzione che denunciano quindi una situazione di parzialità e non di imparzialità del loro comportamento. Ma poi andando a vedere nel concreto troviamo sempre situazioni per cui nei titoli dei giornali vediamo che il tale e l’altro magistrato è coinvolto nell’aggiustamento di tali individuati processi. Quali, quali processi, a favore di chi, rimane tutto quanto assolutamente indeterminato e non arriveremo mai a quello che è il punto essenziale e che è il punto che secondo me va ribadito, perché io mi domando da avvocato, e da avvocato penalista in particolare, io vorrei sottolinearvi, proprio anche in considerazione dell’intervento dell’Avvocato Mazzarelli: Attenzione! Perché il punto fondamentale che poi comporta quella crisi dello stato di diritto che indubbiamente esiste oggi nel nostro ordinamento, e proprio questo, noi ci dobbiamo domandare: E’ il processo il punto su cui occorre focalizzare l’attenzione? E’ esattamente questo.

Noi non riusciamo ad ottenere di poter vedere lo svolgimento del processo, perché oggi il processo diviene ad essere un simulacro di processo. Non un processo vero e proprio. Il giudice ha oggettivamente difficoltà ad apparire ed essere imparziale perché non riesce e non ha gli strumenti per essere terzo super partes, perché, è un dato di fatto, il sistema procedurale vigente pone oggi in grave pericolo il problema della terzietà del Magistrato.

Ed è qui il problema, quando noi diciamo del giudice imparziale, che cosa significa il giudice imparziale? Sembra di dover dire delle cose elementari, delle cose ovvie, ma purtroppo oggi le cose vanno ribadite, il giudice è imparziale in quanto non è una parte, in quanto è terzo rispetto alle parti.

Non possiamo non dimenticarci, sto dicendo delle cose in estrema sintesi, in estrema concisione, e ci sarebbe da discutere tantissimo, questo sarebbe lo spunto per tante altre discussioni e tanti altri argomenti, ma non possiamo dimenticare che il punto di partenza è questo: che il Pubblico Ministero è una parte del processo e che il Giudice deve essere terzo rispetto alle parti del processo, e viceversa, l’attuale situazione procedurale, non un comportamento illegittimo del Pubblico Ministero, vorrei non essere frainteso su questo, vi possono anche essere, abbiamo assistito anche a comportamenti legittimi del Pubblico Ministero, ma non è questo il problema. Il problema è che a furia di mutamenti, a furia di interventi della Corte Costituzionale abbiamo avuto una trasformazione del nostro processo penale tale per cui, legittimamente, sulla base delle norme che il Pubblico Ministero ha a disposizione, ha un potere tale che finisce, questo potere, per soffocare la funzione del Giudice. E’ questo il punto determinante, questo problema per cui quando oggi parliamo del diritto ad un tribunale indipendente ed imparziale io vorrei sottolineare questo tipo di problema perché da questo processo, che è un processo in cui una delle parti ha una funzione così preponderante in cui il Giudice viene soffocato da una situazione che si è creata non nel contraddittorio ma nella fase delle indagini preliminari per quale l’altra parte, la parte difensiva, è totalmente esclusa. E’ proprio questa la situazione in cui noi ci troviamo. Viene fuori una situazione per cui il processo finisce per subire i condizionamenti di una fase delle indagini preliminari estremamente enfatizzata che non garantisce perché non ha contraddittorio. Quando si arriva al processo, questo trova nel suo ingresso delle situazioni già di sbarramento tali per cui quel processo non è più giusto, la formazione della prova non avviene più nel contraddittorio delle parti. Il risultato di questo processo è di per se stesso un risultato che anche l’opinione pubblica sente non giusto. Cioè, quando poi alla fine si arriva ad un processo che non si è svolto come si deve svolgere, non si svolto secondo le regole che garantiscono questa terza età del magistrato, ne esce fuori una sentenza. Questa sentenza evidentemente, e lo vediamo ogni giorno per quello che succede, l’opinione pubblica non la sente come una sentenza che è conclusione di un giusto processo, conclusione di una giusta manifestazione, e di quelle che sono le posizioni dell’accusa e le posizioni della difesa.

Arriviamo a quelle situazioni clamorose che vediamo ogni giorno. Per cui che cosa succede? La sentenza è giusta se va secondo i miei intendimenti politici, le mie affinità, l’ambiente in cui vivo, le conoscenze o quant’altro.

La sentenza non è giusta se le situazioni sono contrarie o meno, e parlo di sentenze assolutorie o di condanne a seconda dei casi, e a questo punto interviene l’opinione pubblica nuovamente a sollecitare questo e quest’altro, ad intervenire contro quella sentenza.

E’ all’ordine del giorno il problema per cui arriva un Ministro di Grazia e Giustizia e ci viene a parlare del monitoraggio delle sentenze della Cassazione. Si è parlato di questo da parte di un Ministro di Grazia e Giustizia e non moltissimo tempo fa. E’ di pochissimo tempo fa l’intervento di un Ministro che scende in piazza accanto ai manifestanti e che assediamo nel tribunale che aveva appena pronunziato una sentenza perché quella sentenza all’opinione pubblica non sembrava giusta.

Sono tutte situazioni che viste da una parte o viste dall’altra alla fine poi portano alla conclusione che là dove manca un processo giusto, anche l’opinione pubblica si rende conto di questa situazione e non accetta il risultato di questo processo con la conseguenza che ha sfiducia nella Magistratura, ha sfiducia nell’esistenza o non esistenza di una indipendenza ed imparzialità della Magistratura e finisce per accedere a situazioni che sono completamente fuori dal nostro sistema giurisdizionale.

Il problema, in estrema sintesi, coi limiti per i quali l’intervento può essere condensato nelle poche battute, il problema è a mio avviso il recupero della cultura della giurisdizione che significa il recupero dello stato di diritto, che significa il recupero del processo come momento di esaltazione del contraddittorio perché proprio nell’esaltazione del contraddittorio emerge quel ruolo di terzietà del Giudice che assicura quell’indipendenza ed imparzialità che il nostro ordinamento e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo di cui oggi stiamo trattando, richiama non a torto con tanta enfasi e con tanta evidenza.

 

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